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Approfondimenti

DOPO LA CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA DI COPENHAGEN

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 Dopo la conferenza mondiale sul clima di Copenhagen

di Roberto PALEA

Nessuno che avesse una minima conoscenza dei problemi poteva sperare che a Copenhagen, nel corso della Conferenza mondiale (COP15), si potesse raggiungere un accordo tra le parti veramente vincolante.

Bastava considerare che Barack OBAMA (attore principale, interprete della nuova svolta “verde” dell’era dopo BUSH) partecipava al negoziato con le mani legate, per la necessità di non offendere il Congresso, di fronte al quale erano in bilico riforme essenziali per la sua presidenza (tra cui la riforma sanitaria e lo stesso American Clean Energy and Security Act).

Va, in ogni caso, salutato come un fatto positivo che, per la prima volta, i principali Paesi inquinatori (primi fra tutti Cina e Stati Uniti) abbiano partecipato al Summit con l’intenzione di assumersi dirette responsabilità, senza più negare o sottovalutare gli effetti globali del riscaldamento del pianeta, riconosciuto quale conseguenza dell’attività dell’uomo.

Ciò nonostante i risultati conseguiti rimangono del tutto insufficienti rispetto alla gravità delle sfide ed ai tempi a disposizione per risolverle.

Si sperava che a Copenhagen potesse prendere corpo un processo in due tempi, il primo da compiersi proprio a Copenhagen, che servisse quanto meno a stabilire attitudini e aspirazioni comuni nonché obiettivi chiari, scanditi in un arco temporale definito; rinviando ad un secondo tempo la messa a punto di target, meccanismi decisionali e di controllo nonché di impegni giuridici.

Nell’accordo raggiunto si ritrova soltanto il generico proposito di contenere entro i 2 gradi centigradi l’aumento della temperatura media planetaria, assieme all’impegno finanziario verso i Paesi più poveri per 30 miliardi di dollari nel triennio 2010-2012 e per 100 miliardi all’anno dal 2020 in poi.

Oltre alla mancanza di impegni vincolanti, non vi è alcun riferimento agli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 stabiliti dall’IPCC – Intergovernamental Panel on Climate Change (- 25% rispetto al 1990 entro il 2020 e - 50% entro il 2050).

Inoltre, i fondi destinati allo sviluppo di tecnologie pulite nei Paesi sottosviluppati per il triennio 2010-2012 sono notevolmente al di sotto di quanto comunemente ritenuto necessario; manca ogni impegno per il periodo successivo al 2020 e, in questo contesto, le promesse per il periodo dal 2020 in poi non hanno alcun valore e non possono essere prese in seria considerazione.

Anche la forma dell’Accordo e il modo con cui è stato approvato destano notevoli perplessità e preoccupazioni.

Fino a Copenhagen il negoziato è sempre stato gestito dalle Nazioni Unite ed i documenti venivano elaborati o fatti propri dal Segretariato dell’Organizzazione.

A Copenhagen, invece, cinque paesi (Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sudafrica) hanno scelto per tutti, lasciando gli altri (Europa e Giappone, per primi) di fronte all’alternativa tra l’accettare quell’Accordo e non averne alcuno.

Essi hanno discusso tra di loro, scritto e infine condiviso il “Copenhagen Accord” mentre l’Assemblea dell’ONU (la Conferenza delle Parti) si è limitata a prendere atto dell’intervenuto accordo.

La procedura seguita ha costituito un’ulteriore perdita di credibilità delle Nazioni Unite e uno schiaffo all’attuale Segretario Generale.

Nel corso dei negoziati tutti i principali protagonisti hanno giocato con le carte truccate, preoccupati solo di preservare l’interesse nazionale e la sovranità dei loro Stati (1).

L’Europa, che aveva tutte le carte in regola, per avere condotto una politica climatica coerente ed avere stabilito al suo interno adeguati obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2020 (- 20% / 30% rispetto al 1990), non ha saputo o potuto svolgere quel compito di leadership che, anche per la sua importanza economica e geopolitica complessiva, le sarebbe stato proprio.

Ancora una volta è risultato evidente che l’Unione Europea è un “gigante economico ma un nano politico” perché tuttora priva di un governo federale, capace di agire e di parlare con una voce sola.

Ha così rinunciato ad esercitare la leadership che le compete, per la sua storia e per aver mostrato al mondo il metodo da seguire quando gli Stati debbono affrontare insieme quei problemi le cui dimensioni travalicano i confini nazionali.

E’ quindi anche colpa dell’Europa, impotente e inadeguata, se a Copenhagen non è progredita la consapevolezza che la stabilizzazione del clima (come, più in generale, l’ambiente naturale) è un bene pubblico per l’intero pianeta.

Clima e ambiente naturale vanno preservati dai principali Paesi inquinatori insieme, con istituzioni comuni, capaci di decidere e dotate di mezzi per attuare le decisioni prese.

Gli accordi internazionali non sono strumenti adatti per governare insieme realtà complesse e in continua evoluzione quali quelle del clima e delle emergenze ambientali globali.

Jean MONNET, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea diceva “c’è una differenza abissale tra negoziare un accordo internazionale e affrontare un problema in comune.

Nel primo caso, ognuno porta al tavolo il suo problema.

Nel secondo c’è un solo problema che è lo stesso per tutti e ognuno porta all’incontro non il suo problema ma la saggezza per trovare la soluzione al problema comune” (2).

L’esperienza del processo di unificazione europea ha posto in evidenza che si sono fatti dei progressi quanto vi è stata la volontà di affrontare un problema in comune e, viceversa, si è verificata una situazione di stallo quando si è adottato il metodo degli accordi intergovernativi.

L’esperienza dell’integrazione europea va trasposta a livello mondiale in quei casi in cui, come per la stabilizzazione del clima, si è di fronte ad un problema di dimensione planetaria che va affrontato insieme dai principali Stati del Pianeta.

Dopo Copenhagen, nel 2010, altre tappe sono state programmate.

E’ ora necessario che, in preparazione di queste, la comunità internazionale cambi schemi e modi di pensare, invertendo la tendenza, sempre più accentuata, a rinazionalizzare la cooperazione internazionale.

Occorre che essa non solo persegua traguardi ed assuma impegni vincolanti da realizzare progressivamente in un arco temporale ben definito, ma anche che si doti di uno strumento necessario per governare insieme le emergenze ambientali globali, costituendo un’Organizzazione Mondiale per l’ambiente - sul modello della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) - capace di decidere, gestita da un’Alta Autorità indipendente sotto l’egida dell’O.N.U., che disponga di adeguate risorse finanziarie proprie per attuare le decisioni prese.

Tale nuova Organizzazione Mondiale dovrebbe avere il compito di monitorare continuamente i cambiamenti climatici e il rispetto degli impegni assunti; favorire lo scambio di tecnologie; coordinare e potenziare l’innovazione tecnologica; assistere i Paesi in via di sviluppo con adeguato sostegno finanziario e tecnologico nello sforzo di adeguamento ai parametri di riduzione delle emissioni climaterizzanti e di miglioramento ambientale.

I mezzi finanziari propri (nell’ordine di 100 miliardi di $ all’anno) dovrebbero derivarle da entrate automatiche, mediante l’istituzione a livello mondiale, a carico dei principali Paesi inquinatori, di una carbon tax mondiale, concepita come un’imposta di consumo sui carburanti fossili ovvero come addizionale “mondiale” delle accise nazionali, qualora esistenti.

Detta carbon tax mondiale dovrebbe prevedere aliquote differenziate:

-        tra i carburanti fossili, a seconda del loro diverso contenuto di carbonio

-        tra gli Stati, tenendo conto, per motivi di equità, delle emissioni pro-capite, di ciascun paese.

La carbon tax mondiale produrrebbe un doppio dividendo: da un lato disincentiverebbe l’utilizzo dei carburanti fossili e, dall’altro, sottrarrebbe ai bilanci degli Stati (già notevolmente indebitati, anche in conseguenza della crisi economica e finanziaria) l’onere del finanziamento della stabilizzazione del clima, ponendolo direttamente a carico dei consumatori-inquinatori.

 Perché sia lecito sperare che gli indicati obiettivi possano essere raggiunti nella prossima Conferenza (COP16) di Città del Messico, è necessario che intervenga qualche evento straordinario che incida profondamente sulla volontà dei potenti della Terra.

Un evento di tale tipo potrebbe essere rappresentato dal coinvolgimento della società civile e della moltitudine delle O.N.G. che ne sono l’espressione, le quali dovrebbero mobilitarsi per sostenere in modo coordinato e congiunto un realistico ed efficace Piano Mondiale per l’Ambiente, incentrato sul progetto di costituzione di una Organizzazione Mondiale per l’Ambiente, secondo quanto è stato esposto.

Ultimo aggiornamento Venerdì 15 Gennaio 2010 12:06
 

The World Supremacy of the Dollar at the Rendering (1917-2008)

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The World Supremacy of the Dollar at the Rendering (1917-2008)

Antonio Mosconi

The “double entry” accounting system by Luca Paciolii, that of the “patrimonial system”, (before the “revenue accounting system” began to give to the most talented accountants, to the most refined mathematicians and to the most clever financiers the possibility to let the destruction of assets pass for creation of profits), has finally rendered its arithmetic verdict on the end of the world supremacy of the dollar, which lasted for ninety years. Committed for trial for fraudulent bankruptcy. Waiting for the markets and the Courts to emit their respective judgements, it can be useful to go back over this currency in its two lives: currency of a creditor powerful country from the Twenties to the Sixties, currency of an “empire of debt” ii from the Seventies up to now.


Three different Keynes allowed us to preview its evolution: the young officer of the English Treasury, who in 1919 resigned from the financial delegation at the peace table in protest against the reparations imposed on Germanyiii; the aged professor who, in 1936, introduced in the economic science expressions as animal spirits, state of expectations, liquidity traps and other strange things corresponding to observable real behaviours and able to give theoretical explanations to the experience of massive and long lasting unemploymentiv; finally, the plenipotentiary who at Bretton Woods in 1944, old and sick, was defeated, together with the British Empire, in his extreme attempt to avoid, with his bancor, the predominance of the dollarv. In the post-war period, the goal indicated by Keynes, namely to create an international monetary base linked to a non-inflationary development of the world more than to the needs of a single powerful country, was pursued by Robert Triffin.

Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Settembre 2009 21:57 Leggi tutto...
 

La supremazia mondiale del dollaro alla resa dei conti (1917-2008)

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La supremazia mondiale del dollaro alla resa dei conti (1917-2008)

Antonio Mosconi

La “partita doppia” di Luca Pacioli, quella del “sistema patrimoniale” (prima che il “sistema del reddito” fornisse ai più addestrati ragionieri, ai più raffinati matematici ed ai più abili finanzieri la possibilità di spacciare distruzioni di patrimonio come creazioni di profitto), ha presentato infine il suo aritmetico verdetto al termine del dominio mondiale del dollaro, durato ben novanta anni. Rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta. Nell’attesa che i mercati e le Corti emettano i rispettivi giudizi, può essere utile ripercorrere per sommi capi la carriera di questa valuta nelle sue due vite: moneta di una potenza creditrice, dagli anni Venti fino ai Sessanta, moneta di un “impero del debito” dagli anni Settanta ai nostri giorni.

Tre Keynes ci avevano posto in grado di prevedere come sarebbe andata a finire: il giovane funzionario del Tesoro britannico, che nel 1919 si dimise dalla delegazione finanziaria al tavolo della pace per protesta contro le riparazioni imposte alla Germania; il maturo professore, che nel 1936 introdusse nella scienza economica spiriti animali, stato delle aspettative, trappole della liquidità ed altre diavolerie corrispondenti ai comportamenti effettivamente osservabili e capaci di dare spiegazione teorica all’esperienza della disoccupazione di massa di lunga durata; infine il plenipotenziario che a Bretton Woods, nel 1944, anziano e malato, fu sconfitto insieme all’Impero britannico nell’estremo tentativo di evitare, col suo bancor, il predominio del dollaro. Nel dopoguerra, l’obiettivo keynesiano di una creazione di base monetaria internazionale commisurata allo sviluppo non inflazionistico del mondo, piuttosto che alle esigenze di una singola potenza, fu perseguito da Robert Triffin.

Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Settembre 2009 21:54 Leggi tutto...
 

Il destino del dollaro

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Internazionale
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internazionale.it/firme/articolo.php?id=22769 

Il destino del dollaro
Paul Kennedy

Assisteremo a un nuovo, grande spostamento dei rapporti di forza a livello globale

Internazionale 811, 3 settembre 2009

 

Tra gli esperti è in corso un interessante dibattito sul destino del dollaro americano. Il dollaro è la moneta in cui si svolgono le transazioni internazionali tra paesi e in cui sono espresse le riserve valutarie dei governi, delle multinazionali e dei produttori di petrolio, di gas naturale e altre materie prime.

La discussione ha cominciato a suscitare l’attenzione della stampa ad aprile, in occasione del vertice del G20 di Londra. Due mesi dopo il tema è tornato di attualità a Ekaterinburg, in Russia, sede del vertice dei capi di governo di Brasile, Russia, India e Cina, i cosiddetti Bric. L’andamento dell’incontro ha indotto gli osservatori a ipotizzare la nascita di una coalizione internazionale che potrebbe ridimensionare la potenza dello zio Sam.

Secondo un’interpretazione innocente di questi vertici, sarebbe preferibile che gli scambi monetari mondiali si basassero su un ventaglio di valute internazionali invece che una sola, perché se la moneta di riferimento crollasse trascinerebbe nella sua rovina anche molti paesi incolpevoli.

È la stessa cosa che propose il grande economista John Maynard Keynes nel 1944, quando ipotizzò la creazione di un’unità monetaria internazionale, il bancor, per evitare che il mondo continuasse a compiere tutte le transazioni economiche in dollari. Sarebbe stata una buona soluzione per la comunità internazionale e anche per gli Stati Uniti.

Ma Washington, che aveva le tasche piene di dollari, bocciò la proposta di Keynes. Ovviamente, fa piacere sentirsi il gallo del pollaio. Per giunta, se la tua valuta è la più importante del mondo, puoi accumulare nella più totale impunità colossali deficit della bilancia commerciale e disavanzi delle partite correnti, cosa che non può fare un paese piccolo con una valuta secondaria, come l’Islanda o la Corea del Sud.


Ma è possibile anche un’interpretazione più maliziosa della mossa dei Bric. Sembra infatti nella natura delle cose che alcuni grandi paesi nutrano un’irriducibile avversione per la potenza egemone. E questo anche quando questa potenza assolve abbastanza bene il suo compito.

Quindi, se quattro economie emergenti come il Brasile, la Russia, l’India e la Cina decidono di riunirsi, non sorprende che discutano del sistema commerciale e finanziario internazionale e del modo per rendersi più indipendenti dagli Stati Uniti, dato che l’America ha dimostrato di poter mettere in crisi l’economia mondiale con i suoi mutui subprime, le sue banche pessime e la sua posizione dominante sul mercato valutario. E allora perché non rendere più fluidi gli scambi commerciali adottando un “paniere delle valute” più equo? 

Recentemente mi sono imbattuto in un articolo straordinario. S’intitola The World Supremacy of the Dollar at the Rendering (1917-2008) – la supremazia mondiale del dollaro alla resa dei conti – e il suo autore è un formidabile studioso italiano: Antonio Mosconi del Centro Einstein di studi internazionali di Torino (Cesi). 

L’articolo spiega che il dollaro ha già vissuto due vite, la prima da valuta di un potente paese creditore (dagli anni venti ai sessanta), la seconda da valuta di un “impero del debito”, dagli anni settanta a oggi. Nel futuro vedremo aumentare di molto l’indebitamento dei paesi di tutto il mondo, semplicemente a causa delle dissennate svendite settimanali di buoni del tesoro americano. 

È impossibile riassumere in poche frasi l’elegante e impietosa descrizione fatta da Mosconi del modo in cui il governo statunitense sfrutta sulla scena finanziaria internazionale la sua capacità di stampare dollari. Ma la conclusione è chiara: “Questa crisi è diversa dalle altre: è l’ultima convulsione del ruolo internazionale del dollaro”.

In futuro, secondo Mosconi, gran parte del mondo prenderà iniziative per non restare in balìa delle decisioni autistiche del tesoro americano e della Federal reserve. E a quel punto ci sarà la resa dei conti…

Staremo a vedere. Considerato il nervosismo attuale dei mercati mondiali, le probabilità di assistere a un aumento del valore di scambio del dollaro o a un suo brusco calo sono le stesse. Però oggi un unico paese, pur avendo solo il 5 per cento circa della popolazione del mondo, produce più o meno il 20 per cento del pil mondiale, rappresenta da solo quasi il 50 per cento della spesa mondiale per la difesa, e stampa liberamente banconote che costituiscono il 65-70 per cento delle riserve mondiali di valuta estera.

A credere alla teoria della “convergenza” sostenuta da molti economisti – secondo cui il pil e il reddito di imprese, regioni e paesi diversi si avvicineranno sempre più – la conclusione è chiara: man mano che Cina, India, Corea del Sud, Brasile, Messico e Indonesia accorciano le distanze, la quota di potere mondiale che è in mano agli Stati Uniti subirà una contrazione. 

Insomma, prima o poi assisteremo a un nuovo, grande spostamento nei rapporti di forza a livello globale.


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